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SEN: bene uscita da carbone, ma niente regali a economia fossile

Comunicato stampa - 11 maggio, 2017
Greenpeace apprezza quanto annunciato oggi dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda - illustrando la nuova Strategia Energetica Nazionale - in materia di fuoriuscita dal carbone. Il contributo che questa fonte fossile offre al sistema energetico nazionale non è essenziale; se l’Italia vuole mostrarsi seria nel sostenere gli Accordi di Parigi non può che darsi obiettivi ambiziosi per chiudere al più presto l’era del carbone.

“Ovviamente c’è una notevole differenza tra chiudere l’ultima centrale a carbone nel 2025 o nel 2030. Calenda dice inoltre che uscire dal carbone costerà tre miliardi di euro. Questa stima include i risparmi che il nostro Paese avrebbe dal mancato import di carbone, i benefici sanitari, climatici ed economici che verranno dall’azzeramento delle emissioni? L’Agenzia Europea per l’Ambiente, pochi anni fa, stimava in oltre 500 milioni l’anno gli impatti del solo impianto di Brindisi: qualcosa ci dice che all’Italia converrebbe uscire dal carbone anche dal punto di vista economico” dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace.

Greenpeace mette poi in guardia da ogni ipotesi di nuovi e ingiustificabili favori economici alle aziende delle fossili. Calenda ha dichiarato – secondo le agenzie - che "il tema degli stranded cost da corrispondere ai proprietari delle centrali nel caso di uscita al 2025 e con impianti ancora non ammortizzati” rappresenta un costo per il Paese. Greenpeace ricorda come il parco di produzione termoelettrica a carbone è composto in larghissima misura di impianti vecchi, ampiamente ammortizzati, i cui costi di realizzazione, cioè, sono stati ripagati da anni.

Lo scenario per le rinnovabili tracciato dal ministro Calenda, inoltre, è tutt’altro che ambizioso, non in linea con gli obiettivi internazionali di salvaguardia del clima. “Quando parla di ‘promozione dell’autoconsumo’ Calenda dovrebbe avere l’onestà di una premessa: ricordare cioè che a oggi in Italia ogni forma di autoconsumo e scambio peer to peer di elettricità, ovvero quanto si sta sperimentando ovunque nel mondo, è fortemente scoraggiata dalla burocrazia o impedita dalle norme. Speriamo anche su questo punto alle parole seguano i fatti” prosegue Boraschi. L’Italia finora ha fatto ben poco in tema di rinnovabili, visto che il raggiungimento degli obiettivi delle rinnovabili al 2020 è dovuto in larga parte alla correzione di errori statistici. Con maggiori ambizioni, e senza le politiche antirinnovabili degli ultimi governi, i nostri risultati sarebbero stati certamente migliori.

Sul fronte trasporti, infine, per Greenpeace, ogni investimento per rinnovare il parco veicoli deve andare verso la mobilità elettrica, ovvero per la realizzazione di una infrastruttura diffusa di ricarica e per l’acquisto di veicoli elettrici. Neppure un centesimo per passare a nuove categorie, tipo Euro 6, specie se diesel. Il riferimento fatto da Calenda a una penetrazione dell’elettrico oltre il 10 per cento al 2030, in questo scenario, è una prospettiva senza ambizione che anzi sa di uno stop a un mercato in grande crescita, come confermato da diverse analisi di mercato.

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